МГУ имени М.В. Ломоносова
Вступительные испытания по иностранному языку
Магистратура
Итальянский язык 2021 год
Задание
Прочитайте текст и изложите его содержание в научном стиле своими словами, соблюдая классическую структуру: введение, основная часть, заключение.
Реферат должен содержать два смысловых блока:
1. объективная/авторская информация
₋            проблематика, обсуждаемая автором (предмет и объект исследования);
₋            выбранный способ ее обсуждения (анализ, синтез, дискуссия, критический обзор, реферативный обзор и пр.) и определение методов исследования (дедукция, индукция; классификация, типология; количественный анализ, качественный анализ, сравнительно-сопоставительный анализ и пр.).
2. интерпретация прочитанного (аргументация обязательна)
₋            текст/автор подтверждает/опровергает и обновляет/расширяет/дополняет прочитанное ранее (приведите свои аргументы);
₋            текст/автор вызывает в каких-то аспектах недоверие (поскольку, например, изложено противоречиво /бездоказательно /нет примеров и пр.) и/или одобрение (приведите свои аргументы) в Вашем понимании поднимаемых вопросов и, в заключение, какую роль в разработке темы играет данное исследование в современной лингвистике (приведите свои аргументы).
Структура работы должна включать:
Введение (определение жанра текста, смысла названия и общей темы в рамках лингвистического направления/ на стыке лингвистических направлений).
Основная часть (два указанных выше смысловых блока).
Заключение (место и значение исследования данной темы в современной лингвистике).
В реферате должны быть учтены следующие важные аспекты:
Напишите реферат прочитанного текста в количестве 500 слов.
Копирование 4 слов подряд из исходного текста или других источников расценивается плагиатом, в случае обнаружения которого работа оценивается только на предмет языковой грамотности.
Характеристики научного стиля реферата: объективность, логическая последовательность изложения, текстовая связность; стремление автора к точности изложения фактов и терминологии, сжатости и однозначности при сохранении насыщенности содержания, в том числе за счет выбора лексики и грамматических структур формального/ академического стиля.
L’italiano e le carenze linguistiche: perché non è (solo) colpa della scuola
di Filomena Fuduli Sorrentino
Oggi l’analfabetismo è praticamente scomparso ma esiste un gran numero di analfabeti funzionali, cioè, persone che sanno leggere ma non riescono a comprendere un testo scritto o un discorso formale. Per capire bene il problema dell’italiano odierno dobbiamo ricordare che, fino al tempo dell’unità d’Italia, l’italiano era la lingua di una piccolissima minoranza e quelli che parlavano e scrivevano in italiano in tutta l’Italia erano tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione.
I docenti si lamentano delle carenze linguistiche dei loro studenti di vario tipo: grammatica, sintassi, e lessico. Il problema della lingua scritta si affronta anche con l’inglese nelle scuole di New York, dove per rimediare hanno attivato corsi di recupero di scrittura e lettura con docenti specializzati.
Il tema dell’uso dell’italiano corretto o errato è simile a quello affrontato in passato con la “questione della lingua”. Una storia vecchia che va di pari passo con quella della letteratura italiana: dal De vulgari eloquentia di Dante, alle Prose della volgar lingua del Bembo, il risciacquo dei panni nell’Arno del Manzoni, fino a giungere a Calvino e al neo-italiano industriale di Pasolini. L’unità linguistica iniziò con Dante, che attraverso la sua opera De Vulgari Eloquentia esaminò pregi e difetti delle diverse lingue parlate in tutta la penisola e in seguito l’italiano si sviluppò dal fiorentino, ma il percorso non fu facile. All’inizio del XIX secolo i dialetti italiani erano così diversi da essere reciprocamente incomprensibili, e verso di essi c’è sempre stato pregiudizio; la gente pensava che l’italiano standard fosse la lingua usata dalla borghesia mentre i dialetti venivano usati dagli agricoltori e dalla classe operaia.
Il 22 dicembre 1947 venne approvata la Costituzione con 453 voti a favore e 62 contrari, e nel 1948 entrava in vigore il diritto allo studio con l’articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” Ma in realtà il diritto non era garantito a tutti i ragazzi per vari motivi: l’accesso all’istruzione superiore e all’università era riservato ai ragazzi di famiglie agiate, mentre quelli provenienti da famiglie povere e da classe operaia e agricola erano una risorsa economica per la loro famiglia, quindi dovevano andare a lavorare e non potevano frequentare la scuola. E così, fino agli anni 50-60, molti bambini non finivano nemmeno la scuola elementare. Nel 1950, anche se il paese stava attraversando un periodo di ricostruzione infrastrutturale, economica, sociale e politica, meno del 20% della popolazione italiana parlava correntemente l’italiano nella vita quotidiana. L’analfabetismo e il semi-analfabetismo erano ampiamente presenti nella popolazione.
Eppure bisogna aspettare il decreto statale del 2007 affinché l’età di frequenza scolastica obbligatoria sia revocata dai 14 ai 16 anni e tutti gli studenti possano completare almeno 10 anni di istruzione. Comunque, non è stata la scuola a diffondere l’italiano in tutta la penisola durante gli anni, bensì l’introduzione della televisione nel 1954, anche se aveva un solo canale. I programmi televisivi cominciarono a essere trasmessi dalla RAI, l’emittente statale. Negli anni tra il 1958 e il 1962 la televisione divenne un modo per riunire le persone (pochissime persone avevano effettivamente un televisore in casa) e soprattutto un modo per seguire programmi culturali e linguistici.
Infatti, tra il 1960 e il 1968 la RAI trasmise uno spettacolo di pomeriggio che si chiamava “Non è mai troppo tardi”, presentato dal maestro Alberto Manzi, responsabile dell’alfabetizzazione della popolazione italiana che non aveva avuto accesso alla scuola ed era rimasta completamente analfabeta. Con il programma del maestro Manzi molti analfabeti hanno imparato a leggere e a scrivere e circa un milione e mezzo di italiani hanno ottenuto il certificato di istruzione primaria (quinta elementare). Eppure, mentre durante i primi 20 anni della sua esistenza la televisione dello Stato ebbe una funzione istruttiva, dagli anni ’80 in poi si concentrò su spettacoli con comportamenti banali, e a volte anche volgari e lontani dalla realtà, ed ebbe un effetto negativo sull’istruzione culturale delle generazioni più giovani. Il linguaggio della televisione è diventato molto più semplice, pieno di slang, privo di sintassi, e spesso errato, e impoverisce la lingua italiana. In altre parole, una forma di “populismo linguistico” progettato per attrarre i giovani e la massa di persone prive di un’istruzione culturale.
Nel 1970 apparve il libro “Lettere da una tarantata” con una nota linguistica dello storico della lingua italiana Tullio De Mauro che diceva: “non ha padronanza dell’italiano e trova quindi difficoltà a scrivere. Nelle sue lettere sono presenti numerosi errori ortografici e forti storpiature dialettali, ma lei non si scoraggia e si convince che l’importante è farsi capire”. Lettere da una tarantata costituisce un importante punto di riferimento per capire la nascita e lo sviluppo dell’italiano popolare. In seguito, il libro diventerà un testo di riferimento per gli studi sull’uso dell’“italiano popolare unitario”; il libro raccoglie le 65 lettere che la protagonista Anna, contadina semianalfabeta, nata a Ruffano nel 1898, inviò tra il 1959 e il 1965 all’antropologa Annabella Rossi. Anna rappresenta per Tullio De Mauro l’incarnazione della volontà di comunicare delle classi inferiori. Egli ha apprezzato il suo stile, definendolo vivace e originale, e ha invece criticato l’italiano insegnato nella scuola, paragonandolo a un “rullo compressore” che rende la lingua piatta e vuota.
L’etichetta di italiano popolare fu introdotta nel 1970 da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Lo storico De Mauro lo aveva definito “il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale”. Cortelazzo invece lo aveva definito come “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto”. Alcuni studiosi, partendo dalla concezione di De Mauro, mettono in dubbio l’effettiva presenza di un italiano standard, e hanno valutato positivamente l’italiano popolare considerandolo la ricchezza di quelle classi sociali con una competenza linguistica minima, ma pura e autentica. Altri studiosi invece hanno seguito la concezione di Cortelazzo riconoscendo ampio vigore all’italiano standard, e hanno evidenziato l’inferiorità dell’italiano popolare, sostenendo la necessità di estirparlo.
Per capire bene il problema dell’italiano odierno dobbiamo ricordare che, fino al tempo dell’unità d’Italia, l’italiano era la lingua di una piccolissima minoranza e quelli che parlavano e scrivevano in italiano in tutta l’Italia erano tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. In seguito la lingua italiana è arrivata a essere parlata da circa 60 milioni di abitanti sparsi in tutta la penisola, ma il veloce cambiamento ha assorbito tratti dei dialetti locali e dell’italiano regionale presentano alterazioni della morfologia e della sintassi dell’italiano standard, derivante dalla tradizione scritta e adatto agli usi formali. Questa evoluzione graduale della lingua italiana successe senza che la scuola riuscisse a stare al passo dei suoi cambiamenti, resi estremamente veloci anche dai mezzi di comunicazione di massa.
Inoltre, l’italiano e il dialetto sono due lingue diverse ma gli italiani, invece di concepire una divisione tra le due lingue, hanno continuato a mischiarle tra loro e così oggi abbiamo dialetti italianizzati, e un italiano dialettizzato e pieno di errori. Eppure, negli ultimi 50 anni molti termini regionali, dalla Toscana, dalla Lombardia, dal Veneto, da Napoli e dalla Sicilia, sono entrati nella lingua nazionale e non sorprende che i dialetti siano stati studiati da linguisti e usati nella letteratura e nella poesia. Però, nonostante l’italiano sia una lingua ricca di termini, espressioni idiomatiche e sfumature semantiche, e i dizionari più completi possono contenere da 80.000 a 250.000 voci, le ricerche condotte dallo storico della lingua italiana, Tullio De Mauro, alcuni anni prima della sua morte (1932-2017), hanno dimostrato che circa la metà della popolazione usa solo 3000 parole nella conversazione di tutti i giorni.
Dunque, la lingua evolve e cambia e questo è stato da sempre dimostrato da studiosi, linguisti, e sociolinguisti. Nel 2013 De Mauro aveva affermato: “La lingua italiana – per chi la sa usare leggendo, scrivendo o parlando – sta bene. Stanno male gli italiani che la sanno usare poco. Stanno male non per ragioni puristiche o astratte, ma perché conoscere male la lingua nazionale significa studiare male – se uno ci prova – altre lingue e significa avere una vita di relazione modesta, non capire tante cose che servono sul lavoro, nella produzione”. Il grande e illustre prof. De Mauro aveva ragione, la lingua italiana è ricca di termini e, purtroppo, molti italiani conoscono un numero limitato di vocaboli sia della lingua italiana e sia di quella regionale, e di conseguenza le loro abilità linguistiche sono e rimangono limitate.
Per concludere: se nei licei e nelle università l’italiano corretto lo sappiamo scrivere e parlare in pochi, non dipende dalle scuole o dai docenti ma dalle famiglie e dalla società. Le scuole sono aperte a tutti e oggi tutti hanno accesso alle università ma questo non garantisce a tutti gli studenti una correttezza ortografica e grammaticale senza che essi si applicano a migliorare le loro carenze linguistiche e grammaticali. Molti ragazzi non hanno sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base nelle medie e nei licei e questa lacuna di apprendimento non si può più colmare nelle università.